Al giorno d’oggi, il reflusso gastroesofageo può essere trattato con le tecniche chirurgiche mininvasive, con minori controindicazioni rispetto alla chirurgia classica. Ne parla il Prof. Paolo Urciuoli, esperto in Chirurgia Generale a Roma

Cos’è il reflusso gastroesofageo?

Si definisce reflusso gastroesaofageo la condizione in cui materiale di origine gastrica (di solito acido) risale lungo il canale dell’esofago. In condizioni normali, lo sfintere alla fine dell’esofago (ovvero la valvola all’ingresso dello stomaco) si chiude dopo aver mangiato, impedendo ai succhi acidi di rimontare lungo il canale dell’esofago. Quando questa valvola non si chiude correttamente, lascia passare il contenuto gastrico nell’esofago. Questo causa un’irritazione dello stesso e le sensazioni di bruciore e rigurgito acido tipiche del reflusso. Le conseguenze di questa malattia possono essere anche gravi, con una piccola percentuale di pazienti che sviluppano tumore all’esofago.

Chirurgia del reflusso gastroesofageo: in quali casi?

Il primo tipo di trattamento è quello farmacologico, con farmaci inibitori delle secrezioni gastriche, che possono essere implementati da antiacidi (per tamponare l’acidità) e da farmaci procinetici (per aiutare lo svuotamento gastrico). In alcuni casi, i malati di reflusso possono essere costretti ad assumere farmaci per tempi anche lunghi. Vi sono però diversi casi nei quali la terapia farmacologica è inefficace o insufficiente; in tal caso, lo specialista potrebbe suggerire un intervento chirurgico per risolvere il problema.

Ecco i casi più tipici nei quali la chirurgia è consigliabile:

Pazienti giovani con un’età inferiore ai quarant’anni, per evitare l’assunzione di farmaci in modo continuativo;
Chi è costretto a usare la terapia farmacologica per periodi troppo prolungati;
Malati che non rispondono al trattamento farmacologico per diversi motivi;
Pazienti che hanno reazioni avverse alla terapia farmacologica (a causa di allergie o intolleranze);
Pazienti affetti dall’Esofago di Barrett o da altre complicanze dovute al reflusso;
Pazienti che soffrono di complicazioni respiratorie, talvolta causate dal reflusso stesso (asma, laringiti, tosse cronica) che rendono inefficaci le terapie con farmaci.

La tecnica chirurgica mininvasiva
La chirurgia del reflusso gastroesofageo viene effettuata con una tecnica mininvasiva per via laparoscopica, che ha risultati ottimi sotto diversi aspetti se confrontata con la chirurgia condotta con la tecnica classica, chiamata “open”. Il trattamento mininvasivo può trattare con successo anche le altre patologie funzionali legate all’esofago toracico (come l’acalasia, le ernie iatali, i diverticoli), oltre al tumore dell’esofago distale e intratoracico.
Nella tecnica mininvasiva si osservano svariati vantaggi che l’hanno resa la tecnica d’elezione per il trattamento chirurgico della patologia del reflusso:

Tempo ridotto in sala operatoria (appena un’ora);
Riduzione nel dolore;
Minor uso di antidolorifici dopo l’intervento;
Minore necessità di terapia con antibiotici;
Ripresa più rapida della funzionalità dell’intestino;
Degenza ospedaliera più breve;Minori insuccessi o complicanze registrate in seguito all’intervento (recidive, laparoceli, disfagie);
Ritorno più rapido alle proprie attività lavorative, e dunque un minor costo sociale.

Ne consegue che la chirurgia costituisce una soluzione più a lungo termine e più soddisfacente per il malato, anche rispetto alla terapia farmacologica. L’intervento mininvasivo per via laparoscopica avviene seguendo una delle tecniche (Nissan, Toupet, eccetera) usate anche nella chirurgia di tipo “open”. La scelta della tecnica da seguire avviene in base ai dati raccolti tramite gli esami fatti prima dell’intervento operatorio. Va da sé che queste procedure siano piuttosto complesse e che è necessario rivolgersi a chirurghi con grande esperienza in tale chirurgia.